Le donne che non si arrendono all'oblio
Dalla Colombia, le storie di chi cerca gli scomparsi e sfida la violenza con la memoria, la verità e il perdono.
Un figlio scomparso, una madre che non smette di cercare
Nel 1984 Luis Fernando Lalinde scomparve in Colombia per mano dell'esercito. Sua madre, Fabiola, cominciò a cercarlo, raccogliendo testimonianze, denunciando quanto era accaduto e chiedendo risposte alle istituzioni.
Non si arrese.
Chiamò la propria battaglia Operazione Cirirí, dal nome di un piccolo uccello che continua a inseguire il falco quando questo gli sottrae i pulcini. Dopo anni di ricerche riuscì a ritrovare i resti del figlio e a restituirgli la sua identità.
Quella di Fabiola Lalinde è una delle storie raccontate da padre Jairo Alberto Franco Uribe nel libro Chiavi di salvezza. Le donne che prestano la loro carne a Dio, pubblicato in Italia da Bartolina Editoria Digitale.
È una storia di dolore e determinazione, che interroga il significato della memoria e il diritto alla verità.
La Colombia degli scomparsi
Per decenni la Colombia è stata attraversata da un conflitto armato che ha coinvolto guerriglie, organizzazioni paramilitari, narcotrafficanti e apparati dello Stato. La popolazione civile ne ha pagato conseguenze devastanti: massacri, sfollamenti forzati, torture e sparizioni.
Secondo la Commissione colombiana per il Chiarimento della Verità, tra il 1985 e il 2016 si registrarono 121.768 persone scomparse, una cifra considerata sottostimata dalla stessa Commissione.
L'accordo di pace del 2016 tra il governo colombiano e le FARC-EP ha rappresentato un passaggio storico, senza tuttavia cancellare tutte le forme di violenza.
La sparizione forzata possiede una crudeltà particolare: non sottrae soltanto una persona alla propria famiglia, ma impedisce di conoscerne il destino, di restituirle un corpo e una sepoltura, di elaborare il lutto.
È una violenza che continua anche dopo la scomparsa.
In Colombia sono soprattutto le donne — madri, mogli, sorelle, figlie — ad assumersi il compito della ricerca, spesso in condizioni di povertà, precarietà e isolamento.
Donne che trasformano il dolore in azione collettiva
Le protagoniste di Chiavi di salvezza non sono soltanto testimoni della sofferenza.
Hanno costruito organizzazioni, raccolto documenti, interpellato le autorità, accompagnato altre famiglie e creato luoghi di memoria.
Tra queste ci sono le Madri della Candelaria, che a Medellín hanno trasformato lo spazio davanti a una chiesa in un luogo di mobilitazione e denuncia; le Sopravvissute Vittoriose, impegnate in esperienze di riconciliazione; e le Donne in cammino per la Verità, attive nella Comuna 13 di Medellín, un territorio segnato da gravissime violenze.
Emblematica è anche la storia di Pastora Mira García. A San Carlos, nell'Antioquia, un edificio un tempo utilizzato dai paramilitari come luogo di tortura e morte è stato trasformato dalle vittime in una casa della memoria e della riconciliazione.
Queste donne non si limitano a chiedere che qualcuno restituisca loro la verità. Agiscono per conquistarla.
La memoria diventa così uno strumento di partecipazione e trasformazione della società.
Il perdono: una scelta che interroga la giustizia
C'è un aspetto del libro che può suscitare sorpresa e persino disagio.
Alcune delle donne raccontate da padre Jairo hanno incontrato i responsabili delle violenze subite dalle proprie famiglie. Sono entrate nelle carceri, hanno parlato con gli ex combattenti e, in determinate circostanze, hanno scelto di perdonarli.
María Dolores Londoño, conosciuta come Lolita, ha perso tre figli: due assassinati e uno scomparso. Ha cercato la verità anche attraverso l'incontro con coloro che avevano partecipato alle violenze.
Ma che cosa significa perdonare chi ha commesso un delitto così grave?
Il perdono implica dimenticare? Significa rinunciare a pretendere giustizia? Oppure può diventare un modo per interrompere la catena della violenza senza cancellare le responsabilità?
Il libro propone una prospettiva precisa: il riconoscimento dell'umanità del colpevole può aprire un cammino di riconciliazione, senza che questo renda meno necessarie la verità, la riparazione e l'assunzione di responsabilità.
È una prospettiva impegnativa, che merita di essere discussa e non semplicemente accettata.
Non tutte le vittime possono o desiderano perdonare. E il perdono non può diventare un obbligo imposto a chi ha sofferto.
Quando le vittime diventano portatrici di salvezza
È qui che la riflessione di padre Jairo assume la sua dimensione teologica.
Il sacerdote colombiano, dopo una lunga esperienza missionaria in Kenya, è tornato nel proprio Paese nel 2021 e si è avvicinato alle vittime del conflitto armato, ascoltando le loro testimonianze e partecipando alle loro iniziative.
Il sottotitolo del libro, Le donne che prestano la loro carne a Dio, riassume la sua prospettiva.
Secondo padre Jairo, la salvezza non appartiene soltanto a una dimensione spirituale separata dalla storia. Può manifestarsi concretamente nell'azione di persone che, pur ferite dalla violenza, si impegnano per salvare altri esseri umani dalla disperazione, dall'odio e dall'oblio.
È una visione che richiama il pensiero della teologia della liberazione, in particolare di Ignacio Ellacuría e Jon Sobrino, per i quali le vittime e i poveri occupano una posizione centrale nella comprensione della salvezza cristiana.
Ma queste esperienze possono essere comprese anche indipendentemente dalla fede.
Chi non condivide la prospettiva religiosa dell'autore può riconoscere in queste donne persone che hanno trasformato la sofferenza in solidarietà, la perdita in impegno pubblico e la memoria in difesa dei diritti umani.
La memoria come responsabilità collettiva
Le vicende raccontate in Chiavi di salvezza appartengono alla storia colombiana, ma gli interrogativi che sollevano sono universali.
Che cosa accade a una società quando le vittime non vengono ascoltate? Quando le responsabilità rimangono nascoste? Quando i nomi degli scomparsi rischiano di essere cancellati dalla memoria collettiva?
Le donne colombiane ci ricordano che la ricerca della verità non riguarda soltanto i familiari delle vittime, ma l'intera comunità.
Una società che rinuncia a conoscere il proprio passato rischia di lasciare irrisolte le condizioni che hanno reso possibile la violenza.
Il lavoro di padre Jairo invita così a considerare la memoria non come un esercizio rivolto esclusivamente al passato, ma come una responsabilità verso il futuro.
Cinque domande per l'incontro
La presentazione di Chiavi di salvezza, venerdì 16 ottobre 2026 alla libreria Ubik di Cosenza, sarà un'occasione per approfondire direttamente con padre Jairo alcune questioni affrontate nel libro.
- Verità e giustizia. Può esserci una riconciliazione autentica quando non sono state accertate tutte le responsabilità della violenza?
- La scelta del perdono. Come si concilia il perdono offerto da alcune vittime con il diritto di altre a non perdonare?
- Il ruolo delle donne. Perché sono state soprattutto le donne a organizzare la ricerca degli scomparsi?
- La dimensione religiosa. Che cosa significa affermare che le donne cercatrici prestano la propria carne a Dio? E quale significato può avere questa espressione per chi non crede?
- La lezione della Colombia. Quali insegnamenti possiamo ricavare da queste esperienze per affrontare le ingiustizie e le responsabilità della memoria anche nelle nostre società?
Non sono domande alle quali sia possibile rispondere con una formula. Sono interrogativi che meritano ascolto, riflessione e confronto.
Ed è questo lo scopo del Focus: arrivare all'incontro non soltanto per conoscere un libro, ma per discutere consapevolmente le questioni umane e civili che esso pone.