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Anno V • N. 4 • Autunno 2026
Profili & Territorio | Dedizioni

Il vino, un prodotto idiosincratico: Piero Artuso, l’uomo dietro l’identità di numerosi vini premiati

Dalla vigna alla cantina, ogni vino nasce da un equilibrio complesso. L’esperienza di Piero Artuso racconta il mestiere dell’enologo come capacità di interpretare la materia prima e trasformarne le potenzialità in identità.

Il vino non è mai semplicemente il risultato dell’espressione di un vitigno. È il punto d’incontro, ogni volta diverso, tra il territorio, il clima, l’annata, il tempo, la mano dell’uomo e le scelte compiute in cantina. Anche quando si cerca di riprodurre nel tempo uno stile riconoscibile, ogni vendemmia porta sempre ogni anno qualcosa di nuovo, con variabili non prevedibili che rendono il vino ottenuto un prodotto irripetibile. È proprio in questa delicata dimensione che si colloca il lavoro dell’enologo: complessa e affascinante figura professionale che non si limita ad applicare tecniche di vinificazione, ma che osserva, interpreta e decide. Il suo compito è accompagnare la trasformazione dell’uva valorizzandone le potenzialità, attraverso scelte tecniche capaci di preservarne e definirne l’espressione.

L’uomo dietro l’identità

Piero Artuso nasce a Taranto il 6 settembre 1972 da genitori calabresi originari di San Donato di Ninea, un suggestivo borgo situato alle pendici del Pollino. Enologo, sommelier e tecnico degustatore, giurato in rinomati concorsi nazionali ed internazionali, con una lunga esperienza maturata nel mondo vitivinicolo del Mezzogiorno, conosce bene questo delicato equilibrio. Dopo il Diploma come tecnico agrario, consegue il Diploma Universitario in Tecnologie Alimentari, con specializzazione in Viticoltura ed Enologia, presso l’Università Politecnica delle Marche, dedicando la tesi alle strategie di valorizzazione dei vini pugliesi. Negli anni compresi tra il 2000 e il 2007 matura esperienza e competenze come enologo e aiuto enologo in prestigiose cantine dislocate nel territorio abruzzese. Dal 2007 affianca numerose aziende vitivinicole tra Puglia, Calabria e Basilicata, seguendo le diverse fasi della produzione, a partire dall’impianto della vite fino alla vinificazione, al controllo e gestione della qualità, lavorando con un’ampia varietà di vitigni autoctoni e internazionali. Artuso rappresenta un vero e proprio punto di riferimento nell’ambito del panorama enologico del Sud Italia. È, inoltre, docente in corsi di formazione professionale presso vari Istituti Tecnici Superiori e Centri di Formazione Professionale nonché Corsi di avvicinamento al vino e professionalizzanti per assaggiatori e sommelier presso diverse sedi territoriali dell’Organizzazione Nazionale Assaggiatori Vino.

Artuso è anche membro di commissioni di degustazione delle Camere di Commercio di Cosenza, Taranto e Matera e collabora come autore di articoli di approfondimento nell’ambito del settore vitivinicolo ed enologico con alcune testate online e piattaforme digitali, alcuni tradotti in lingua portoghese.

Vigneti di Chardonnay a Miglionico
Vigneti di Chardonnay a Miglionico (MT): ogni territorio offre al vitigno una propria chiave di espressione.

Il valore di un percorso sancito da numerosi riconoscimenti

Il percorso professionale di Piero Artuso è costellato di riconoscimenti ottenuti dai vini delle cantine che ha seguito, ai quali si affiancano prestigiosi incarichi come giurato in concorsi enologici nazionali e internazionali. Tra le prime affermazioni significative figurano l’inserimento nelle Guide Veronelli e Maroni e il Diploma di Merito conquistato al concorso Rosati d’Italia di Bari.

Negli anni successivi, i vini seguiti da Artuso si distinguono in competizioni di diversa natura e prestigio: dal Premio La Corona della guida Vini Buoni d’Italia al riconoscimento Tre Stelle della Guida Veronelli, dalle medaglie d’argento e di bronzo all’International Wine and Spirit Competition di Londra alle medaglie di bronzo ottenute al Decanter Asia Wine Awards di Hong Kong. A questi si aggiungono il Dujar d’Or della Camera di Commercio di Asti e il secondo posto a Radici del Sud.

La continuità dei risultati trova conferma negli anni seguenti con l’ingresso nella selezione Top Hundred del Golosario, le medaglie d’argento al concorso WOW! – Civiltà del bere e al Concours Mondial de Bruxelles, il titolo di “Migliore matricola 2019” al Bretium Wine Festival e ulteriori riconoscimenti al Decanter Asia Wine Awards e a Radici del Sud. Seguono il riconoscimento di Miglior vino naturale della Calabria al concorso WOW! – Civiltà del bere, le medaglie d’oro e d’argento al Cervim – Vins Extreme, i WineHunter Rosso e Gold Award, nuove medaglie al Concours Mondial de Bruxelles, numerose medaglie d’Oro e Gran Medaglie d’Oro al concorso Città del Vino, il Premio Rosa d’Oro al Concorso Nazionale Rosa, Rosati, Rosè e le riconferme annuali nella selezione Top Hundred del Golosario.

Ai riconoscimenti ottenuti dai vini si aggiunge un premio rivolto direttamente alla professionalità di Artuso: il Premio Enologo “Giancarlo Biondi”, assegnato da “L’albero della vite” e conseguito per due volte, nel 2022 e nel 2024. Il riconoscimento viene conferito agli enologi che si sono distinti per il contributo alla valorizzazione delle varietà autoctone e alla promozione della cultura del vino in Calabria.

Artuso incarna perfettamente lo straordinario equilibrio tra l’espressione delle potenzialità naturali della materia prima e la capacità di interpretarla permettendone l’epifania senza snaturarla, rivelando non solo l’identità di un vino ma anche dell’uomo artefice della sua genesi. Dietro un vino che riesce a distinguersi non c’è soltanto un territorio vocato o un vitigno dalle grandi potenzialità, ma anche lo sguardo di chi sa riconoscerle e accompagnarle verso la loro migliore espressione.

«La sfida è duplice: mantenere riconoscibile lo stile di un vino e, nello stesso tempo, lasciare spazio all’unicità di ogni annata, cercando la costanza senza cancellare l’irripetibilità.»

Un prodotto idiosincratico

In questo senso, il vino può essere considerato un prodotto fortemente idiosincratico: un prodotto, cioè, nel quale caratteristiche e identità derivano dalla combinazione irripetibile di numerosi fattori. Il suolo, il clima, il patrimonio genetico del vitigno, le pratiche agronomiche, l’andamento dell’annata e le decisioni del viticoltore contribuiscono a determinarne il carattere. Ma è l’intervento di Artuso dalla vendemmia alla vinificazione, dalla gestione delle fermentazioni all’affinamento, che può modificare l’equilibrio finale diventandone interprete.

Grappoli di Malvasia
Grappoli di Malvasia: nel patrimonio genetico del vitigno è racchiusa una parte dell’identità che il vino saprà esprimere.

Non si tratta semplicemente di correggere o standardizzare ciò che la natura produce, ma di comprendere quella materia prima, coglierne le potenzialità e decidere come accompagnarla. La tecnica diventa così uno strumento al servizio dell’identità e Artuso è un po’ come uno scultore davanti a un blocco di marmo o di avorio. Egli non crea la materia, ma ne ascolta la natura, ne riconosce le potenzialità e ogni sfumatura e, attraverso tecnica, sensibilità ed esperienza, interviene per portare alla luce la forma che già, in qualche modo, vi è racchiusa. Così, dalla materia prima dell’uva e dalla sua coltivazione in vigna ne modella un’identità, cercando l’equilibrio tra ciò che la natura ha donato e ciò che la sua competenza può esprimere. La sfida è duplice: mantenere riconoscibile lo stile di un vino e, nello stesso tempo, lasciare spazio all’unicità di ogni annata: un paradosso estremamente affascinante che consiste nel cercare la costanza senza cancellare l’irripetibilità.

Come uno scultore: la materia che diventa identità

La ricerca di un’identità non rimane, per Artuso, soltanto un principio professionale, ma diventa anche un progetto personale, nato da un sogno familiare: ridare vita a un piccolo appezzamento abbandonato sul Pollino, come avrebbe desiderato fare suo padre molti decenni fa, trasformandolo in un luogo capace di raccontare il territorio attraverso il vino.

Il progetto noto come “La vigna di Alfredo”, un piccolo vigneto situato a San Donato di Ninea in provincia di Cosenza (Calabria), prende forma nel 2017, quando Artuso si imbatte nel Castiglione, raro vitigno ormai quasi dimenticato, in un vigneto di Roseto Capo Spulico, nel Cosentino. In Calabria ne restano, secondo i dati da lui riportati, circa 30 ettari, concentrati soprattutto nell’area ionica cosentina e nel Reggino. Spinto dalla sua vocazione alla sperimentazione, Artuso inizia a vinificare il Castiglione in diverse interpretazioni, coinvolgendo anche altre aziende e produttori, non dedicandosi semplicemente al recupero di una varietà rara, ma studiandone con attenzione il carattere e le potenzialità.

Da questa esperienza nasce “Assonanze”, una piccolissima produzione personale sul Pollino, che Artuso definisce “un piccolo capriccio enologico”: bottiglie numerate, affinate in damigiane di vetro e tonneau, prodotte per scelta soltanto nelle annate migliori. “Assonanze” diventa così più di un vino, è l’incontro tra memoria, territorio, ricerca e sensibilità enologica. E ancora una volta Artuso interpreta magistralmente la metafora dello scultore: “Assonanze” è un’eccellenza enologica riconosciuta e pluripremiata dal colore rosso rubino intenso che entra a far parte dell'Annuario dei migliori vini italiani 2022 per l’annata 2019, consegue il prestigioso WineHunter Award Red 2024 per le annate 2019 e 2021 e ancora in relazione all’annata 2019 entra nella rinomata selezione Top Hundred del Golosario 2024.

Assonanze nel calice
Assonanze: nel calice l’identità diventa armonia, attraverso lo sguardo e la sensibilità dell’enologo.

Un 2026 all’insegna dell’eccellenza: il palmarès delle cantine

A testimoniare concretamente il valore del lavoro di Piero Artuso sono anche i risultati ottenuti nel 2026 dalle cantine da lui seguite. Un bilancio particolarmente significativo, con sette riconoscimenti al WineHunter Award: cinque bollini Gold e due Red.

Il WineHunter Award è un riconoscimento internazionale dedicato all’eccellenza enogastronomica e rappresenta anche una porta d’accesso al Merano WineFestival, una delle più prestigiose manifestazioni dedicate alle produzioni di alta qualità. I sette riconoscimenti ottenuti dalle cantine seguite da Artuso assumono dunque un significato particolare che conferma la capacità di coniugare competenza tecnica e sensibilità enologica nella ricerca di vini capaci di esprimere identità e qualità.

A questi risultati si aggiungono la Gran Medaglia d’Oro al Concorso Enologico Città del Vino e la Medaglia d’Oro 2026 al Cervim – Vins Extreme, concorso internazionale dedicato ai vini prodotti da viticoltura eroica. Premi diversi per contesto e natura, ma accomunati dal giudizio di commissioni di esperti e dalla valorizzazione di produzioni capaci di distinguersi.

Un palmarès che, nel suo insieme, racconta il percorso professionale di Artuso e il suo modo di interpretare il ruolo dell’enologo: mettere competenza e sensibilità al servizio della materia prima, accompagnando ogni vino verso un’identità riconoscibile e autentica.

E il 2026 non è ancora terminato: il calendario dei concorsi e delle manifestazioni enologiche riserva, infatti, altri appuntamenti e potrebbe arricchire ulteriormente di nuovi riconoscimenti le cantine seguite da Artuso, aggiungendo nuove conferme al lavoro svolto in un anno già particolarmente significativo.

Alla luce di questi risultati, appare allora più chiaro il ruolo di Piero Artuso: non semplicemente un tecnico del vino, ma uno degli artefici della sua quiddità, intesa come quell’insieme di caratteri che ne costituiscono l’essenza e ne definiscono l’identità.

Lasciamo dunque la parola ad Artuso, che accetta con garbo di raccontarsi. Spirito eclettico, interessi molteplici, raffinata sensibilità e una spiccata capacità empatica, Artuso incarna una sorta di affascinante ossimoro umano: una natura generosa che convive con un'indole, al tempo stesso, introversa e riservata.

«L’enologia non è una formula: significa comprendere la materia prima, ascoltarla e decidere come accompagnarla.»
Piero Artuso tra i filari e al Concours Mondial de Bruxelles
Piero Artuso, nella foto a sinistra al lavoro tra i filari, a seguire da vicino la vigna e a cogliere sul campo ciò che ogni annata può esprimere; in quella destra durante la valutazione dei vini al Concours Mondial de Bruxelles, in un momento di attento ascolto delle espressioni enologiche sottoposte al giudizio della giuria.

L'Intervista: dialogo con l'enologo

Piero, può aiutarci a comprendere meglio come l’enologia interviene nella produzione di un vino. Quanto conta la capacità di “leggere” un’annata e capire cosa quella vendemmia può offrire?

L’enologia deve necessariamente partire dalla conoscenza del territorio e dei vitigni che in esso si esprimono, ma deve anche saper leggere ogni annata, perché è l’annata stessa a determinare, in buona parte, le caratteristiche della materia prima con cui l’enologo si trova a lavorare.

Le tecniche di vinificazione possono assumere infinite sfumature e non possono essere applicate come una semplice ricetta, sempre uguale e ripetibile. Ogni vendemmia è diversa e richiede quindi valutazioni e scelte in funzione della qualità delle uve, del loro grado di maturazione e del risultato enologico che si vuole ottenere.

Solo l’esperienza permette di capire come una determinata cultivar possa esprimersi al meglio in uno specifico territorio e in una determinata annata. Il risultato nasce dall’interazione tra clima, terreno, vitigno e pratiche colturali, ma anche dalla capacità dell’enologo di interpretare ciò che la vendemmia gli mette a disposizione. Leggere un’annata significa quindi comprendere le potenzialità dell’uva e adeguare le scelte enologiche, senza applicare schemi rigidi, ma assecondando la materia prima e accompagnandola verso la sua migliore espressione.

Nella sua professione, qual è il confine tra tecnica e sensibilità personale? È possibile riconoscere la “firma” di un enologo nei vini che produce e quanto incide la sua esperienza personale sull’identità di un vino?

A mio avviso, tra tecnica e sensibilità personale non è facile tracciare una linea di confine netta: le due dimensioni convivono e si influenzano reciprocamente. Le tecniche enologiche non vengono applicate in maniera rigida o standardizzata, ma modulate in funzione della sensibilità dell’enologo e delle caratteristiche della materia prima. Si interviene sul mosto e successivamente sul vino, durante la vinificazione e nelle diverse fasi di affinamento, cercando ogni volta l’equilibrio più adatto.

Spesso si parla della “firma dell’enologo”, un concetto che personalmente mi mette un po’ in difficoltà. Spero, infatti, che nei vini che seguo non ci sia una standardizzazione così marcata da renderne immediatamente riconoscibile la paternità. Non credo che l’obiettivo debba essere imporre al vino una propria impronta, quanto accompagnarlo nel suo percorso.

Preferisco parlare di “ascolto”. Ascoltare il vino significa cercare di farlo assomigliare il più possibile a sé stesso, valorizzando ciò che già possiede. Ogni vitigno ha caratteristiche proprie, legate al patrimonio genetico, al territorio e all’annata. Il compito dell’enologo è creare le condizioni perché possano esprimersi nella maniera più intensa, autentica e pulita possibile.

Dopo tanti anni di lavoro tra territori diversi, cosa significa per lei oggi operare, conseguendo risultati straordinari, costantemente in Calabria, terra d’origine della sua famiglia?

Ho iniziato nel 2014 a lavorare per un’azienda di Roseto Capo Spulico, nel Cosentino ionico. Per me è stata un’esperienza meravigliosa, innanzitutto dal punto di vista professionale, perché mi ha permesso di conoscere nuovi mondi e confrontarmi con una realtà vitivinicola di grande complessità, identitaria e variegata, fatta di potenzialità che fino ad allora potevo soltanto immaginare. È stato anche un percorso di crescita culturale. Non ho mai considerato il vino come un prodotto a sé stante: la curiosità di conoscere le vigne, ma anche i borghi, le persone, i paesaggi e le tradizioni, è per me profondamente appagante. Ogni territorio porta con sé una storia e un’identità, e attraversarlo significa scoprire continuamente qualcosa di nuovo.

Ho avuto così modo di conoscere luoghi incredibili: nel Pollino, da Plataci a Frascineto; sullo Ionio, Roseto Capo Spulico e Amendolara; nella Presila, ad Acri, e poi ancora Castiglione Cosentino e Lattarico, fino al Reggino. Ogni luogo ha rappresentato una nuova suggestione e un modo diverso di leggere il territorio e il vino che da esso nasce.

E, infine, è stato anche un percorso sentimentale. Tornare in Calabria come consulente enologo mi ha permesso di riavvicinarmi alle mie origini e, attraverso il lavoro, anche ai miei affetti familiari. È forse questo l’aspetto più profondo: il vino mi ha dato la possibilità di ritrovare luoghi che appartengono alla mia storia e, nello stesso tempo, di guardarli con occhi nuovi.

Quanto può contribuire il recupero di vitigni autoctoni, come il Castiglione, alla costruzione di un’identità vitivinicola calabrese e crede possa diventare una delle chiavi per affermare la Calabria nel panorama enologico nazionale?

La Calabria rappresenta un immenso laboratorio di biodiversità e, all’interno di questa ricchezza un ruolo importante è occupato anche dalla vite.

Negli ultimi decenni sono stati compiuti numerosi sforzi per recuperare e valorizzare vitigni antichi, in alcuni casi quasi dimenticati. È stato un lavoro lungo, che ha coinvolto cantine, tecnici, viticoltori e istituti di ricerca, attraverso attività di individuazione, caratterizzazione e conservazione del patrimonio viticolo locale.

Gli esempi sono numerosi. Oltre al Castiglione, possiamo ricordare il Magliocco Dolce, inserito nel registro regionale delle varietà di vite idonee alla produzione di uva da vino nel 2019, e varietà come la Prunesta, il Pedilongo, la Guarnaccia Bianca, il Montonico Pinto e il Pecorello.

Sono esempi che testimoniano quanto sia ancora ricco e, per certi versi, inesplorato il patrimonio viticolo calabrese. Recuperare queste varietà non significa semplicemente riportare in produzione un vitigno antico, ma restituire identità a una parte della storia viticola del territorio, verificandone nel contempo i tratti e le potenzialità per la viticoltura contemporanea.

Ed è proprio questo, secondo me, il punto: La Calabria può affermarsi valorizzando ciò che ha di autentico, senza cercare di imitare altri territori.

Possiamo dire che il progetto La vigna di Alfredo rappresenta il punto in cui il suo percorso professionale incontra le sue radici e la sua storia personale e cosa vorrebbe che raccontasse della Calabria?

Sì, è proprio così: La Vigna di Alfredo nasce dall’incontro tra una storia personale e una storia viticola. L’idea nasce nel 2017, diventa esecutivo nel 2020 ed è ancora oggi un progetto in fase iniziale, con qualche centinaio di ceppi di Aglianico e Castiglione allevati ad alberello appoggiato. L’obiettivo, nel tempo, sarebbe arrivare a circa 300.000 ceppi, anche se rimarrà soprattutto un progetto dal forte valore simbolico ed enologico.

C’è innanzitutto il ricordo di mio padre Alfredo e il desiderio di recuperare una vigna e, attraverso di essa, restituire vita a un territorio. San Donato di Ninea, piccolo borgo del Pollino, è legato alla storia della mia famiglia e rappresenta per me un luogo della memoria, un legame con le mie radici. E poi c’è la scoperta del Castiglione e la convinzione che quella varietà meritasse di essere nuovamente raccontata.

È un progetto artigianale e proprio per questo molto personale. Non nasce con l’ambizione di costruire un grande marchio, ma con quella di dimostrare che anche un piccolo territorio della Calabria può custodire qualcosa di importante. Vorrei che La Vigna di Alfredo raccontasse la Calabria attraverso gli occhi e la memoria di mio padre, attraverso la biodiversità, le vigne, le persone e i legami con la terra. Una Calabria che non ha bisogno di imitare altri territori, perché possiede già una propria storia da riscoprire e ancora molte cose da raccontare.

Foliage di un vigneto
Il foliage di un vigneto racconta la vitalità della pianta e il legame profondo tra vite, ambiente e territorio.

Quali saranno, secondo lei, le principali sfide che la viticoltura dovrà affrontare nei prossimi anni e quanto incideranno i cambiamenti climatici sulle scelte dei viticoltori e degli enologi?

Il cambiamento climatico è una grande questione con cui viticoltura ed enologia fanno i conti ormai da almeno quindici anni ed è necessario adattarsi a condizioni in continua evoluzione.

A mio avviso, molte delle scelte più importanti devono essere affrontate nel vigneto. Occorre ripensare alcune pratiche colturali, a partire dalla gestione della pianta e della chioma. Con temperature più elevate e maggiore irraggiamento solare, bisogna prestare attenzione alla superficie fogliare, alla cimatura e soprattutto alla defogliazione, evitando di esporre inutilmente i grappoli al calore. Fondamentale sarà anche la gestione dell’acqua: non si tratta di irrigare di più, ma di intervenire quando la pianta ne ha realmente bisogno. Il suolo dovrà essere gestito per trattenerne l’acqua e preservare la sostanza organica, perché un terreno sano protegge maggiormente la vite dallo stress. Dovremo, inoltre, prestare maggiore attenzione alla scelta del materiale vegetale: vitigno, clone, portinnesto e forma di allevamento dovranno essere considerati nel loro insieme, perché ciò che funzionava in passato potrebbe non farlo in futuro.

Anche la vendemmia sarà sempre meno legata al calendario e più alla lettura dell’uva: zuccheri, acidità, pH, maturità fenolica, stato sanitario e profilo aromatico, per individuare l’equilibrio più adatto al vino che vogliamo ottenere. Tutto questo avrà conseguenze anche in cantina. Se le uve arriveranno con maggiore concentrazione zuccherina, acidità più bassa o profili aromatici diversi, dovremo adeguare le tecniche di vinificazione. Il futuro richiederà quindi meno protocolli rigidi e più capacità di leggere la materia prima e adattare le scelte a ogni annata.

Siamo nell'era dell'intelligenza artificiale: dalla previsione delle vendemmie alla gestione dei vigneti. Secondo lei quanto la tecnologia sta cambiando il suo lavoro e mettendo a rischio la sensibilità e la capacità interpretativa dell'enologo?

La tecnologia e l’intelligenza artificiale stanno già cambiando la professione dell’enologo, fornendo strumenti utili per coadiuvarne il lavoro, ma non credo possano sostituirne completamente la sensibilità.

Uno studio molto recente, condotto in Italia nel 2025, ha evidenziato come queste tecnologie stiano assumendo un ruolo sempre più rilevante nella produzione vinicola. Machine Learning, Deep Learning e AI generativa permettono di raccogliere e analizzare grandi quantità di dati, supportando le decisioni e ottimizzando i processi. Nel vigneto, modelli predittivi possono integrare dati meteorologici, immagini satellitari e da drone, sensori e storico delle rese per anticipare i rischi e ottimizzare gli interventi attraverso la Data Fusion. In aggiunta, la Computer Vision può contribuire a individuare precocemente alcune patologie. Anche in cantina l’analisi dei dati può supportare il controllo delle fermentazioni e una vinificazione più precisa.

Tutto questo è estremamente interessante e sarebbe sbagliato rifiutarlo. Ma un vino non è soltanto un insieme di dati. C’è una componente sensoriale, culturale ed emozionale che, almeno al momento, non può essere completamente rilevata e interpretata dall’intelligenza artificiale. La tecnologia può essere un prezioso supporto, ma la decisione finale deve continuare ad appartenere alla sensibilità, all’esperienza e alla responsabilità dell’uomo.

La sua è una professione estremamente interessante, coniuga la precisione e il rigore della tecnologia all’espressione del territorio e del patrimonio genetico ma, soprattutto, all’intuito e alla creatività dell’interprete. Quale messaggio desidera lasciare ai giovani che oggi scelgono di diventare viticoltori o enologi?

Direi loro, innanzitutto, di studiare e di credere nelle proprie possibilità. L’esperienza è fondamentale, ma non può sostituire la conoscenza. E poi di assaggiare, viaggiare, confrontarsi e, soprattutto, rimanere curiosi.

Il vino è una materia straordinaria perché mette insieme agronomia, chimica, microbiologia e tecnica, ma anche storia, cultura, sensibilità ed esperienze di vita.

Ai giovani direi poi di avere il coraggio di cercare la propria strada. Oggi possiamo conoscere ciò che accade in ogni parte del mondo, ma proprio per questo rischiamo di omologarci. Il futuro appartiene a chi saprà valorizzare le differenze e avrà il coraggio di investire nelle proprie origini e nella propria terra. È un po’ quello che ho fatto io, lasciando l’Abruzzo per rientrare in Puglia e lavorare anche in Basilicata e Calabria.

E poi bisogna imparare ad osservare e ad ascoltare, senza pregiudizi, la materia prima. Perché il compito dell’enologo, secondo me, non è decidere cosa deve diventare un vino, ma capire cosa può diventare e accompagnarlo verso la sua espressione migliore.